Abitata fin dall’epoca preistorica, Peschici conserva ancora oggi le tracce di una storia lunga milioni di anni: gli ipogei di punta Manaccore e la necropoli ipogea di monte Pucci costituiscono i segni più evidenti di una civiltà che trovò qui il suo habitat naturale.

Peschici sorge su una rupe, ad un’altezza di 90 metri sul livello del mare. Il suo toponimo deriverebbe dallo slavo “pesk” ovvero “sabbia fine”. Insieme a Monte S. Angelo, Peschici faceva parte dell'”Honor Montis Sancti Angeli”, territorio meta di pellegrinaggi rivolti alla grotta di S. Michele Arcangelo nei pressi di Monte S. Angelo ed all’Abbazia di Santa Maria di Calena nei pressi di Peschici, inestimabile testimonianza di architettura sacra databile intorno all’ 870 d.C.

Entrando nel centro storico di Peschici dalla Porta del ponte, vicino alla torre imperiale che fu abitata fino al 1500, il borgo si presenta con una selva di stradine intervallate qua e là da torrette di avvistamento che dovevano servire in epoca medievale per il controllo e la salvaguardia del territorio.

Lo stesso Castello aveva una funzione difensiva nei confronti dei pericoli che potevano giungere via mare da parte di pirati turchi, slavi e saraceni e faceva parte di un sistema di avvistamento creato dagli spagnoli nel XVI secolo che prevedeva una serie di torri vedetta a presidio del territorio che comunicavano tra loro mediante segnali visivi.

Nel centro storico sono due le chiese da visitare, la chiesa del Purgatorio e la Chiesa Matrice dedicata al profeta Elia, protettore della Città. Al termine della visita al borgo antico ci si può rilassare andando in spiaggia, decine di chilometri di soffice sabbia e ed un mare cristallino tra insenature e costoni rocciosi che rendono unica questa terra.

PESCHICI NELLA PREISTORIA

Prima di essere abitato in età storica, il territorio di Peschici è stato per millenni sede di popolazioni preistoriche di probabile provenienza transadriatica.

I più antichi reperti risalgono al Paleolitico medio: punte, raschiatoi, bulini e lame, oltre a schegge e nuclei, di tipo clactoniano-levalloisiano, inseribili in un “musteriano mediterraneo”, furono ritrovati presso la chiesa della Madonna di Loreto Paglianza.

Ma la cultura più largamente rappresentata, sull’intero Promontorio, è quella del Campignano, attestato dal Neolitoco medio. Caratteristi i tranchets a sezione piano-convessa, gli scalpelli garganici (astiformi e foliati) e la ceramica di tipo impresso. A quel lungo periodo appartengono le miniere di selce di Tragliacantoni e Valle Sbergna e la ceramica di Malanotte.

Poco si sa degli insediamenti e della cultura di questa facies, che si ritrova solo in parte del Veneto e della Francia. L’età del Bronzo è rappresentata dai numerosi reperti del Grottone Manaccore, i cui livelli indicano una lunga frequentazione: armi e ornamenti di bronzo nella “grotticella funeraria” testimoniano sepolture di guerrieri e di rappresentati di una classe agiata.

La ceramica dipinta sembra di tipo sub-appenninico (VIII-VI secolo a. C.). All’età del Ferro appartengono fornelli fittili per la lavorazione del latte, fuseruole, rocchetti e pesi per il telaio, aghi crinali e punteruoli d’osso per il cuoio, macine per il frumento, accette e tranchets per il legname: tutti ritrovati tra la Grotta Manaccore ed il villaggio capannicolo di Punta Manaccore.

La necropoli ipogea di Monte Pucci, con 25 tombe di varia grandezza e forma, si pone tra l’antichità e il Medioevo, senza però connettersi chiaramente ad alcun insediamento di cui, tra il IV ed il VII secolo, età della necropoli si abbia traccia.

LA STORIA DI PESCHICI PIU’ RECENTE

Sulle origini di Peschici, finora l’unico che ha scritto è un erudito del ‘600, Sarnelli, il quale le fa risalire al 970 e ad opera degli Schiavoni, slavi che l’imperatore Ottone di Sassonia assolda per liberare le coste garganiche dai Saraceni, “dividendoli in due colonie l’una detta Vico e l’altra Peschici”.

Anche se non è citata alcuna fonte, molti fatti, indizi e coincidenze fanno ritenere più che probabile l’origine slava di Peschici. Innanzitutto alcuni vocaboli rimasti nel dialetto locale, di chiara derivazione slava e indicanti concetti primitivi come piante e animali ( e probabilmente anche il nome stesso di Peschici, da connettere alla radice pes- “sabbia”).

Poi il culto di S. Elia e della Madonna di Loreto, di origine orientale, potrebbe essere giunto qui tramite popolazioni dell’altra sponda dell’Adriatico. Infine le continue e documentate scorrerie di Saraceni e Turchi (rimaste nei toponimi della Torre Saracina, poi Gusmai, e della Grotta del Turco), e le mire espansionistiche di Ottone verso il Mezzogiorno e la Puglia, da sempre ponte naturale tra la Penisola e l’Oriente.

Il primo documento noto in cui compare Peschici è del 1053: tre abitanti del castello Pesclizzo donano all’abbazia di Tremiti la chiesa di Calenella da loro edificata. Il piccolo centro vive all’ombra dell’abbazia di Calena, ma il suo porto naturale doveva essere alquanto importante se una franchigia del XIII secolo, tra navi di Ragusa (attuale Dubrovnik) ed i principali porti pugliesi, annovera anche questo scalo e se dal XIV secolo è quasi sempre presente nelle carte nautiche mediterranee e citato in diversi portolani del XV e XVI secolo.

Nel 1561 Peschici è tassata, per la prima volta, con 13 fuochi (famiglie): una sessantina di abitanti appena. Che cosa abbia ridotto la popolazione ai minimi termini non e’ documentato: ma estranee non dovettero essere le incursioni turche,. se tra il 1564 ed il ’94 gli Spagnoli munirono le coste meridionali di torri d’avvistamento.

Alla Capitanata ne toccarono ben 25, quasi tutte ancora in piedi: sulla costa peschiciana le torri di Monte Pucci, ad ovest, di Calalunga, Usmai e Sfinale, ad est.

Del 1679 è la diretta testimonianza dello stesso Sarnelli: “E’ situata in luogo eminente che gode della veduta del mare. Fu numerosa di famiglie un tempo”, ma allora contava 493 abitanti ed era il centro di gran lunga più piccolo del Gargano.

Dal 1735 è la lapide, posta all’entrata del Recinto Baronale, che attesta l’appartenenza di Peschici ai feudi del principe d’Ischitella. Ai primi dell’800 si diffonde la Carboneria grazie alla famiglia Libetta: Giuseppe, comandante della prima nave a vapore italiana (1818), fu destituito perchè liberale e poi eletto nel ’48 al Parmento sabaudo.

Dopo l’unità d’Italia e la fine del brigantaggio, il costante aumento demografico sembra indicare un periodo di relativa tranquillità se non di vero benessere ( si esporta frumento, carrube, carbone, animali da macello, latticini e soprattutto olio).

Ma restano antichi problemi come quello micidiale della malaria, per il persistere della paludi di Usmai, Sfinale e della Padule. Anche il nuovo fenomeno dell’emigrazione è presente e ritornerà a farsi più acuto nel secondo dopoguerra, per cessare a metà degli anni ’70, quando ormai il turismo ha cambiato completamente l’economia locale.

LA NATURA E IL TERRITORIO


Peschici è il centro più settentrionale della Puglia continentale: il suo territorio, interamente vincolato come bellezza naturale dalla legge 1497 del 1939, occupa la parte nord-est del Gargano, dalla costa fino alle pendici della Foresta Umbra.

La struttura orografica è rappresentata da un sistema di modesti rilievi che degradano dall’interno verso la costa con colline allungate, terminanti, con punte di roccia, sul mare.

Tra un rilievo e l’altro, letti di antichi torrenti hanno creato un sistema di fondivalle: mancano del tutto corsi d’acqua in superficie, mentre il sottosuolo ne è ricco e l’intero territorio è disseminato di pozzi artificiali e sorgenti naturali. Ad occidente il lungo rilievo di Monte Pucci (m 207) e quello sinuoso del costone di Peschici (m 114) racchiudono la Padule (un’antica palude) e la piana di Calena, solcate da letto ghiaioso della Chianara, un torrente (prevalentemente asciutto) che dalle valli di Umbra arriva al mare nella grande spiaggia della Marina. All’interno, da Coppa Sartagine (m 298) a Monte Calena (m 491), si distendono ampie pinete e fitti boschi di faggi e querce.

Ad est di Peschici, una serie di punte rocciose si susseguono a spiagge di fine sabbia, piccole come quelle di Precenisco,. Zaiano, Calalunga, e ampie come quelle di S. Nicola, Manaccore, Sfinale. Geologicamente gran parte del territorio è formato da ammassi di calcare eocenico, di tipo nummulitico, lungo la fascia costiera e di tipo marnoso con selce all’interno. Il clima può essere messo in relazione a due zone pedo-climatiche: una subumida temperata a clima mediterraneo prossima alla costa, l’altra umida a clima continentale verso l’interno.

A inverni relativamente rigidi e piovosi si susseguono aride estati. Frequenti il vento di bora, sempre freddo, da nord, e lo scirocco, caldo e secco, da sud. Alle due zone pedo-climatiche si possono approssimativamente far corrispondere due zone floro-faunistiche: una mediterranea, dalla costa ai primi rilievi, e l’altra submontana, all’interno.

Nella prima zona predomina la macchia mediterranea con lentisco, rosmarino, ginestre, asfodeli, ruta, euforbie, ecc. Nella fauna si segnalano diversi insetti provenienti dall’altra sponda dell’Adriatico; ben rappresentate le varie specie di ortotteri, coleotteri, lepidotteri e imenotteri.

Fra i rettili primeggiano le lucertole; rara la vipera.

Fra gli uccelli scomparsi quelli di palude, predominano i passeriformi; rari i rapaci. Fra i mammiferi, scomparsi il lupo ed il capriolo, sopravvivono rari tassi, volpi, faine e cinghiali.

Anche la fauna e la flora marina, presenti lungo la costa, sono essenzialmente rappresentate da specie mediterranee. Nelle acque ancora pulite vivono alghe anche commestibili; in prossimità della battigia frequenti sono cannolicchi, telline, granchi, stelle marine; sugli scogli dimorano cozze, patelle, tartufi di mare; sul fondo aragoste, gamberi, polpi, seppie, cicale; nel mare aperto pesce azzurro, gronghi, mormore, triglie, cefali, ecc.

IL TERRITORIO E L’UOMO

Prima che fosse iniziata (1865) quella che è poi divenuta la strada statale 89, il territorio era attraversato da una serie di sentieri, tratturi e mulattiere, in genere di ambito locale: servivano a collegare l’unico insediamento, quello di Peschici, con le campagne circostanti, dove le dimore non sono andate mai più in là di piccole caselle per ricoveri stagionali.

Solo dopo la fine del brigantaggio, in seguito all’unità d’Italia, si sono avuti notevoli cambiamenti nell’assetto territoriale di Peschici: la relativa sicurezza sociale permise l’infittirsi della rete viaria e il diffondersi delle caselle per piani e colli, nonchè la “fuoriuscita” dell’abitato di Peschici, dopo mezzo millennio, dalle mura medievali. Negli anni ’30 di questo secolo, l’arrivo della ferrovia e la costruzione della banchina portuale non diedero impulsi particolari all’economia locale. Solo negli anni ’60, con la scelta della Società Italiana per il Turismo Europeo di creare una “città per ferie” a Manaccore, s’innesta un rapido processo di trasformazione del territorio, che in vent’anni ha visto proliferare alberghi, campeggi e villaggi turistici. Il programma di fabbricazione, redatto nel 1975, è stato vanificato dal recente smisurato fenomeno dell’abusivismo edilizio che ha assunto spesso i connotati della speculazione.

L’ABITATO URBANO DI PESCHICI

L’abitato di Peschici si è sviluppato dalla rupe verso l’interno, sul crinale e, non potendo sfruttare spazi piani di grandi dimensioni, dall’asse centrale costituito da via Castello – piazza del Popolo – via Roma, sono partite strade a gradoni e vicoli a scalini che scendono rapidamente, a ponente, verso la cortina di via Porta di Basso, e a levante, verso le mura delle Ripe.

In seguito l’asse ha continuato col tracciato di corso Garibaldi: anche qui le vie di ovest scendono verso Malacera; quelle di est scendono verso lo Scalandrone, altre risalgono verso S. Antonio.

Il borgo originario di Peschici sorse quasi certamente intorno all’antico Castello, e ben presto si cinse di una prima cerchia muraria, il Recinto Baronale. Un’ulteriore cinta muraria doveva chiudersi all’altezza dell’innesto di via le Ripe con piazza del Popolo: lo testimonia una torre circolare semincorporata nell’abitato.

L’ultima cinta correva, ad est, lungo via le Ripe; s’interrompeva alla Porta del Ponte, munita del torrione circolare e d’un fossato; rigirava alla Torretta, a sud-ovest; scendeva alla Porta di Basso, presso la quale doveva esserci un avamposto (come indica via del Torrione) prima della porta del castello.

A nord di Peschici, l’inaccessibile rupe chiudeva la difesa. Con l’aumento demografico, verificatosi soprattutto tra i secoli XVII e XVIII, si occupano man mano gli spazi vuoti, poi si raddoppiano i piani d’abitazione; s’intasano piccoli vicoli e infine si utilizzano le mura.

Tra il 1851 ed il 1901 la popolazione di Peschici raddoppia e l’abitato “esce fuori” dalle mura. Qui la struttura e’ più aperta rispetto al chiuso centro storico: tracciati rettilinei e ortogonali, con isolati pianificati, hanno colmato in pochi decenni, lo spazio tra la Porta del Ponte e la chiesa di S. Antonio; l’hanno quindi inclusa, sviluppandosi in direzione sud-est, fino al Cimitero ed al Canalone.